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Rubrica: Risponde il teologo

27 Febbraio 2007

Confessione: cosa fare quando manca la voglia

di Archivio Notizie

Gentile redazione di Toscanaoggi, approfitto della rubrica delle lettere al teologo per porre un mio dubbio personale. Ho due figli adolescenti che fortunatamente, anche se con qualche mugugno, frequentano la Messa. Vorrei dare loro l’abitudine di confessarsi periodicamente, ma vedo che non ne hanno nessuna voglia. Dicono che confessarsi solo per «dovere» finirebbe per svilire la confessione stessa, e che uno deve farlo se ne sente veramente il bisogno. Così però, intanto, (almeno che io sappia) non si confessano da diversi mesi. Mi dicono anche che dai preti in genere, quando si sono confessati, non ricevono profondi insegnamenti ma un ascolto abbastanza distratto: allora, dicono, non possono semplicemente chiedere perdono a Dio, senza stare a disturbare un sacerdote? Sinceramente sono un po’ in imbarazzo, anche perché forse non riesco a dargli torto del tutto.

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Risponde don Leonardo Salutati, docente di teologia morale Premesso che una risposta è difficilmente generalizzabile in quanto ogni soggetto porta con sé un’esperienza personale che è necessario conoscere per tentare di aiutarlo ad incontrare la misericordia di Dio nel Sacramento della riconciliazione, effettivamente non ci si confessa «solo per dovere». Ciascuno dovrebbe «veramente» sentire il bisogno di riconciliarsi con Dio, spinto da quell’amore che fa avvertire l’orrore di avere offeso Colui che ci ama in modo incommensurabile. Non dimentichiamoci quanto raccontato da tanti santi, che dichiaravano di avvertire il bisogno di riconciliarsi addirittura tutti i giorni, per la consapevolezza delle loro miserie di fronte alla Bontà infinita.

Ora la Scrittura ci insegna che solo Dio può rimettere i peccati (cf. Lc 5,21 e paralleli). Tuttavia questa facoltà il Signore Gesù l’ha delegata agli apostoli, e quindi a tutti i sacerdoti, dichiarando: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi (Gv 20,23; cf. Mt 16,19; 18,18). Pertanto il sacerdote è necessario per ottenere il perdono dei peccati, così come sono necessari l’accusa dei peccati, cioè la loro verbalizzazione da parte del penitente di fronte al prete, insieme al dolore per i peccati ed al proponimento di non più commetterli. Tutti elementi che costituiscono i requisiti (la materia) per celebrare il Sacramento della riconciliazione, cioè quel segno visibile della invisibile presenza del Signore che incontrandoci ci perdona e ci restituisce alla vita di grazia.

Detto questo è senza dubbio auspicabile che, rivolgendosi al confessore, si possa incontrare un uomo di Dio capace di entrare in quella empatia che soddisfi i bisogni dello spirito, e pur convenendo che dipende dalla santità personale del sacerdote l’occasione di un tale incontro col Signore, basti pensare a quanto è accaduto intorno a San Giovanni Maria Vianney o a San Pio da Pietrelcina, va anche detto che, fortunatamente, la santità del ministro ordinato non è mai condizione affinché il Sacramento sia posto in essere validamente. In questo senso, allora, se un prete pur amministrando validamente il perdono, «ascolta distrattamente» o non comunica «profondi insegnamenti», niente vieta di cercare altri con queste doti, fiduciosi che il Signore riserva sempre un resto, conforme a un’elezione per grazia (Rm 11,5) e consapevoli che l’incontro con un esperto confessore è sempre un grande dono di Dio, che va realmente desiderato e ricercato, preparando seriamente l’esame di coscienza, coltivando il sentimento della contrizione e, almeno, impegnandosi a desistere da condotte peccaminose. Un desiderio e una ricerca per i quali non occorre l’età matura, essendo comunemente presenti anche nei più piccoli, ma per i quali è sempre necessaria la mitezza e l’umiltà di cuore.

Per questo più che «dire qualcosa» ai propri figli, spesso è più urgente pregare molto per loro perché si mantengano in tale mitezza e umiltà e rinforzare la preghiera con la propria testimonianza.

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