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Rubrica: Risponde il teologo

28 Ottobre 2008

Cosa sono e come sono nate le indulgenze?

di Archivio Notizie

Attraverso le indulgenze plenarie, come quelle che il Papa ha concesso in occasione dell’anno Paolino, la Chiesa rimette le «pene temporali» dei peccati, già rimessi quanto alla colpa. Vorrei sapere come sono nate storicamente queste indulgenze e la loro spiegazione teologica, ovvero da quale passo della fede nascono.

Massimo Volpe Risponde p. Valerio Mauro, docente di Teologia SacramentariaLe indulgenze costituiscono un lato della nostra fede, collegato al processo di conversione e perdono dei peccati. La domanda del lettore offre l’opportunità di ripercorrere in rapidi accenni la loro storia. La nascita delle indulgenze si radica nell’alto medio evo, quando la chiesa cominciò a vivere sotto una luce nuova il sacramento della penitenza. Due, tre secoli prima dell’anno mille la mentalità feudale metteva in evidenza l’alleanza col proprio signore, con i relativi impegni da soddisfare. Questa visione colora il rapporto dell’uomo con Dio e il trapasso culturale tocca il sacramento della penitenza, dove acquista peso maggiore l’opera di soddisfazione da compiersi. Dopo la confessione dei peccati, al penitente era indicata una precisa e, spesso, faticosa opera penitenziale, compiuta la quale avrebbe ricevuto l’assoluzione da parte del sacerdote.

Per il nostro tema non interessa tanto la modalità della procedura, quanto il fatto che, nella comprensione del sacramento, la parte principale era vista nell’opera penitenziale da compiere. La penitenza era regolata dai libri penitenziali, dove per ogni categoria di peccato si indicavano le opportune opere, da compiersi per un certo periodo di tempo: per esempio, digiunare a pane ed acqua per tre anni. Questa visione aprì la porta ad una soluzione alternativa, che si diffuse nel tempo: le compensazione penitenziali. Nell’impossibilità di compiere la penitenza prevista, il sacerdote poteva commutarla con delle opere equivalenti, in genere offerte in denaro oppure preghiere particolari. Nella mentalità dell’epoca, col peccato era stato infranto il patto con Dio e un senso di giustizia imponeva di equilibrare il male compiuto per ricomporre l’ordine violato. Quasi naturalmente la commutazione delle opere penitenziali fu legata ai pellegrinaggi, che si diffondevano sempre di più, ai grandi santuari o località di culto (come il santo Sepolcro a Gerusalemme, le tombe degli apostoli a Roma, il santuario di san Michele Arcangelo o di san Giacomo di Compostela).

Nei secoli successivi il sacramento della penitenza riceve nuove interpretazioni. La teologia mette in primo piano la dimensione antropologica del gesto di fede: al primo posto è ormai la contrizione del cuore, che spinge il peccatore pentito a mettere davanti al ministro della chiesa i propri peccati per riceverne l’assoluzione. L’idea di fondo, però, che aveva fatto sorgere le commutazioni rimane. La chiesa ha la possibilità di «far equivalere» determinate preghiere alla fatica di un cammino penitenziale. Per fare un esempio, l’opera penitenziale della durata di cinque anni poteva essere alleviata da un’indulgenza calcolata sempre in giorni, mesi o anni. Le indicazioni temporali delle indulgenze, quindi, non rappresentano altro che il periodo di penitenza che si riteneva alleviato.

Quando papa Bonifacio VIII indisse il primo anno santo nel 1300, lo proclamò un momento di «grande indulgenza». Si ricollega qui la fede della Chiesa alla quale accenna il lettore. Nel sacramento della penitenza sono rimessi i peccati e il credente ritrova la pace con Dio e con la Chiesa. In linguaggio giuridico diciamo che è rimessa la «pena eterna»; restano le cosiddette «pene temporali», cioè il cammino di purificazione da compiere. Col peccato è stato infranto il patto di amicizia con Dio. Il perdono rimette in comunione, ma la verità dell’amicizia rinnovata chiede di essere ritrovata in un cammino esistenziale di rinnovata fedeltà. La storia non può essere cancellata, né il passato eliminato: il perdono cristiano è proprio la capacità di includere nell’amore reciproco anche quei gesti di tradimento che sono stati compiuti e di rileggerli in una nuova luce. Questo processo richiede un tempo che dipende dalle singole storie, dal desiderio di ritornare nell’amicizia condivisa, dal dolore per il tradimento compiuto, espresso in gesti concreti.

L’immagine appena descritta illumina il concetto giuridico di «pena temporale». Potremmo dirla il cammino esistenziale di purificazione che il peccatore pentito e perdonato deve compiere per ritornare ad una completa comunione con Dio. In molti casi sarà una decisiva purificazione dopo la morte a far terminare questo cammino in modo tale da poter godere in libertà e apertura del cuore il dono dell’amore trinitario.

La chiesa non è estranea a questo cammino dei suoi figli. Qui le indulgenze hanno ancora oggi il loro valore. Si tratta, perciò, di preghiere compiute in obbedienza di fede con la Chiesa, che richiede sempre la confessione e la comunione eucaristica. Per questo legame particolare sono motivo di purificazione per noi stessi o per un defunto. La nostra vita ha bisogno di essere purificata dall’amore per le mancanze vissute nei confronti dello stesso amore. Le indulgenze, quindi, sono legate strettamente al sacramento della penitenza e alla sincera volontà di vivere secondo l’amore di Cristo. La Chiesa non le quantifica più in modo temporale, ma con estrema semplicità le distingue in «indulgenza parziale» e «indulgenza totale», riconoscendo la possibilità di una purificazione più o meno completa. Tutto dipende dal nostro cuore e da quanto desideriamo lasciarci purificare dall’amore di Dio. Come è facile immaginare, su questa soglia bisogna fermarsi. Solo Dio scruta i nostri cuori: quanto profonda sia l’indulgenza purificatrice, solo Dio la conosce e la concede.

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