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Rubrica: Risponde il teologo

29 Dicembre 2008

È ancora possibile parlare di «guerra giusta»?

di Archivio Notizie

Il Catechismo della Chiesa cattolica, se non sbaglio, contempla il concetto di «guerra giusta». Ma esiste una guerra giusta? È possibile eliminare per sempre la guerra ed instaurare un mondo di pace e giustizia?

Grazia Casetti

Risponde don Leonardo Salutati, docente di Teologia Morale della vita socialeCi sono due modi di impedire la violenza: o astenendosene, o cercando di limitarla se non si può evitare che vi si faccia ricorso. Come pure due sono i modi – secondo S. Ambrogio – di peccare contro la giustizia: il primo, commettendo un’ingiustizia; l’altro, non andando in aiuto di chi è vittima di un’ingiustizia. Inoltre, continua Ambrogio, se il precetto della non violenza contenuto nelle beatitudini mi vieta di usare la forza, quello della carità mi impone di difendere, nella misura del possibile, chi è in pericolo di vita. È partendo da tali considerazioni che nel corso dei secoli sono state formulate un certo numero di regole di comportamento in situazioni di guerra, per aiutare gli individui a discernere il loro dovere e a formulare un giudizio conforme ai valori superiori che la Chiesa propone. Tali regole si sono poi progressivamente sintetizzate nella cosiddetta teoria della guerra giusta, che è pertanto da considerare fondamentalmente una griglia di lettura di situazioni di violenza, il cui scopo è quello di arginare l’espandersi della violenza, nonché di aiutare la coscienza a liberarsi dai condizionamenti in cui di fatto sempre si trova: passione, desiderio di vendetta, abuso di una situazione di dominio. A partire dal Rinascimento la teoria della guerra giusta è deviata dal suo fine originario, in quanto viene utilizzata per fornire una parvenza di legittimazione morale alle nascenti ambizioni nazionaliste ed anche per contrastare il contemporaneo espandersi dell’opinione che considerava la pace uno degli imperativi morali più vincolanti di ogni vita sociale e politica.

In questo clima Pio IX, negli interventi al Concistoro del 20 aprile 1849 e con la sua enciclica Cum Sancta Mater del 27 aprile 1839, rileva lo scandalo della guerra, specialmente tra le nazioni cristiane, e afferma che non può fare altro che predicare incessantemente la pace perché sarebbe contrario alla sua missione invitare gli uomini alla carneficina e alla morte. È una nuova posizione di equilibrio del Papato sempre più apertamente ostile alla guerra, che sarà ribadita e ulteriormente precisata a più riprese da tutti i pontefici successivi, di cui particolare menzione va fatta di Pio XII, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il primo nell’Allocuzione del 3 ottobre 1953 definisce un principio nuovo consistente nella doverosità di subire ingiustizia piuttosto che usare mezzi per difendersi con effetti devastanti incontrollabili. Il secondo nella Pacem in terris con un’espressione particolarmente forte dichiara irragionevole (alienum a ratione) considerare la guerra un strumento adatto a ripristinare i diritti violati (una delle cause fondamentali di guerra giusta). Giovanni Paolo II non esiterà a qualificare l’imminente guerra del golfo, come ogni guerra, avventura senza ritorno (Messaggio Urtbi et Orbi 25 dicembre 1990). Di fatto già con il Concilio Vaticano II l’idea di guerra giusta è ormai completamente esaurita (Gaudium et spes 79-81) anche se non si nega in assoluto la legittimità ad azioni di difesa, anche violenta quali soprattutto l’ingerenza umanitaria (Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 10 gennaio 2000).

La preoccupazione del magistero di costruire la pace può dare l’impressione di una rottura con la teoria della guerra giusta, relegandola tra i residui di un’epoca passata. Bisogna però dire che la sua funzione di griglia di lettura che permetta la formulazione di una valutazione etica sull’agire dei Governi in ordine al mantenimento della pace mantiene tutta la sua validità. Inoltre, la chiesa non fa propria l’ideologia pacifista perché, come già Pio XII aveva sottolineato: Vera pace non è il risultato, per così dire, aritmetico di una proporzione di forze, ma, nel suo ultimo e più profondo significato, un’azione morale e giuridica. Infatti la pace non è la semplice assenza della guerra, …che non è mai stabilmente raggiunta, ma è da costruirsi continuamente (Gaudium et spes 78).

Esiste dunque un filo conduttore dalla teoria della guerra giusta alla costruzione della pace, consistente nella medesima preoccupazione di educare gli individui ad instaurare il diritto, ma anche la giustizia, lo sviluppo per tutti i popoli e la solidarietà, preoccupazioni che oggi dovrebbe urgentemente farci parlare di pace giusta piuttosto che di guerra giusta!

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