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Rubrica: Risponde il teologo

7 Novembre 2012

Esiste il purgatorio?

Esiste il purgatorio? Gesù, mi sembra, nel Vangelo non ne parla mai. Ma è qualcosa che fa parte del magistero della Chiesa, oppure è qualcosa che appartiene alla teologia medievale e oggi è stato superato?

Bianca Manetti

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

Alla domanda della lettrice: «esiste il purgatorio?», si deve senz’altro rispondere: «sì esiste». La dottrina circa il purgatorio non è un retaggio obsoleto della teologia medievale ma fa parte del patrimonio della fede cattolica e rappresenta, se ben compresa, un consolante motivo di speranza: la salvezza non è riservata soltanto ai perfetti, ma dopo la morte è possibile una purificazione per chi non fosse ancora pronto ad entrare nella pienezza della vita eterna.

Il Catechismo della Chiesa cattolica sintetizza questa dottrina e la documenta con l’indicazione di relativi testi magisteriali: «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo. La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concilii di Firenze (Cf Denz. -Schönm. 1304) e di Trento (Cf ibid. 1820; 1580). La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, (Cf ad esempio 1Cor 3,15; 1Pt 1,7) parla di un fuoco purificatore» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1030-1031).

Legata alla dottrina circa il purgatorio è la prassi, profondamente radicata nei cristiani cattolici, di pregare per i morti, di celebrare messe in loro suffragio, di applicare ad essi determinate indulgenze secondo quanto stabilito dalla Chiesa, nella convinzione che tutto ciò possa essere di aiuto alla purificazione delle anime dei defunti.

Certo, alcune immagini del purgatorio elaborate dalla fantasia medievale vanno considerate superate e abbandonate. Si deve pure riconoscere che talora la prassi delle indulgenze è stata male intesa e mal gestita contribuendo e screditare la stessa dottrina del purgatorio, abbandonata, come è noto, dalla riforma protestante.

Il limite di tante immagini tradizionali per un’adeguata comprensione teologica del purgatorio sta nell’applicazione di categorie spazio temporali proprie della nostra esperienza del mondo ad una condizione, quella dell’al di là, che appare piuttosto trascendere simili categorie (cf. J. Ratzinger, Escatologia. Morte e vita eterna. Assisi 31996, 239). In genere la teologia contemporanea  concorda nell’affermare che il purgatorio «non è un luogo, ma uno stato» (G. Frosini, Aspettando l’aurora, 210) né, tanto meno, può essere inteso “come una sorta di campo di concentramento dell’al di là (…) dove l’uomo debba espiare pene che gli vengono assegnate in modo più o meno positivistico” (Ratzinger, Escatologia, 239).

Benedetto XVI, in occasione dell’udienza generale del 12 gennaio 2011, ha mostrato come certe immagini inadeguate possano essere superate rivisitando il pensiero di santa Caterina da Genova († 1515) riportato nel Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, de la beata Caterinetta da Genoa. Nel quale si contiene una utile et catholica dimostratione et dechiaratione del purgatorio (Genova 1551) il cui estensore finale fu il confessore della santa, il sacerdote Cattaneo Marabotto.

Nella visione di Caterina – afferma il papa – «il purgatorio non è presentato come un elemento del paesaggio delle viscere della terra: è un fuoco non esteriore, ma interiore. Questo è il purgatorio, un fuoco interiore. La Santa parla del cammino di purificazione dell’anima verso la comunione piena con Dio, partendo dalla propria esperienza di profondo dolore per i peccati commessi, in confronto all’infinito amore di Dio (…). L’anima – dice Caterina – si presenta a Dio ancora legata ai desideri e alla pena che derivano dal peccato, e questo le rende impossibile godere della visione beatifica di Dio. Caterina afferma che Dio è così puro e santo che l’anima con le macchie del peccato non può trovarsi in presenza della divina maestà (…).  L’anima è consapevole dell’immenso amore e della perfetta giustizia di Dio e, di conseguenza, soffre per non aver risposto in modo corretto e perfetto a tale amore, e proprio l’amore stesso a Dio diventa fiamma, l’amore stesso la purifica dalle sue scorie di peccato».

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