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Rubrica: Risponde il teologo

20 Febbraio 2007

Giudice o padre: in quale Dio crediamo?

di Archivio Notizie

Vorrei ricevere una risposta al quesito che pongo: nelle parole che si ritrovano nelle Sacre Scritture (compreso il Vangelo) ci sono immagini contraddittorie tra loro sulla figura di Dio. C’è un Dio che si fa padre amorevole, tenero, pronto a perdonare come un pastore che ricerca la sua pecorella smarrita e un Dio potente giudice irremovibile con un inferno, addirittura eterno, accanto a sé, per tutti i cattivi (parabola del ricco Epulone, il racconto sul giudizio universale…). In quale Dio bisogna credere? Voglio aggiungere che i cristiani, ritengo, maturano comportamenti diversi in base al Dio in cui credono.

Mario Mancini

Risponde don Luca Mazzinghi docente di sacra scrittura Partiamo dalla seconda questione posta dal signor Mancini: il comportamento di un credente è strettamente legato al modo in cui egli si rappresenta il Dio in cui afferma di credere. Semplificando, potremmo dire che se egli crede in un Dio giudice senza misericordia, tale sarà anche il suo comportamento verso gli altri; ben diversamente, invece, si comporterà, se crede in un Dio che ama. Il problema è, come mette in luce la prima parte della domanda, che nelle Scritture Dio ci è presentato con volti ben diversi e persino contraddittori. Resta forte la tentazione di abbandonare le Scritture e ritornare al catechismo «di una volta» dove Dio veniva definito come l’«Essere perfettissimo»; questo sembrava risolvere ogni cosa.

Diciamo subito con forza che la varietà dei volti di Dio costituisce una ricchezza, non un problema. Le Scritture, infatti, non intendono definire chi è Dio nella sua essenza immutabile; esse contengono piuttosto la rivelazione che Egli fa di sè agli uomini, parlando loro come ad amici («piacque a Dio rivelare se stesso…»; cf. Dei Verbum 2). Ciò significa che noi conosciamo Dio soltanto nella misura in cui Egli si rivela a noi attraverso il nostro linguaggio e attraverso veri autori umani, pur se ispirati da Lui. Così le Scritture da un lato ci svelano aspetti autentici del volto di Dio, dall’altro non ne esauriscono la ricchezza; inoltre, nella loro dimensione umana le Scritture esprimono anche il modo in cui gli uomini, nel corso dei secoli, hanno sperimentato l’incontro con Dio.

Ora, in entrambi i Testamenti l’uomo incontra Dio sotto un duplice aspetto: «Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore» (Es 34,6). Le Scritture non eliminano il lato oscuro di Dio, in particolare la sua collera; si tratta in realtà di un’esperienza che tutti abbiamo fatto: di fronte al dolore, specie se ingiusto, e davanti alla morte, si è tentati di credere (o di non credere!) in un Dio giudice impietoso, che ancora nel Vangelo minaccia il fuoco della Geenna. Un Dio che sa essere violento e che non rifiuta di scendere in guerra. Un Dio però – e questo è il lato positivo di un tale volto divino – che non tollera il male e lo combatte.

Il contrasto tra queste due immagini antitetiche di Dio è ben presente agli autori della Scrittura e non dev’essere esasperato; se due secoli prima di Cristo Ben Sira lo risolve con apparente semplicità (cf. Sir 16,12-13), il libro della Sapienza preferisce vedere in Dio un volto d’amore (Sap 11,21-26); qui è interessante notare come la riflessione sull’onnipotenza di Dio sfocia in quella relativa alla sua misericordia.

Nel Nuovo Testamento, pur se permane il vocabolario della collera e della violenza divina (cf. ad esempio Rom 1,18, oltre molti testi dell’Apocalisse), prevale senz’altro il volto della misericordia. In Gesù, le tante esperienze che nelle Scritture l’uomo ha fatto del molteplice volto di Dio vengono ricondotte all’unità del volto del Padre, il volto dell’amore (cf. 1Gv 4,16).

risponde il teologo
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