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Rubrica: Risponde il teologo

12 Novembre 2008

Il concetto di «persona» secondo la Chiesa

di Archivio Notizie

Il concetto di persona è fondamentale nel pensiero della Chiesa. Credevo però che fosse un concetto ormai acquisito e accettato anche dalla scienza e dalla cultura «laica». Secondo le dichiarazioni di un medico, che ho letto in questi giorni sui giornali, evidentemente non è così: il neonato, il malato, l’anziano non sono persone perché non hanno coscienza e volontà. Mi farebbe piacere sapere cosa intende esattamente la Chiesa per «persona», e se questo può essere un concetto valido universalmente e non solo per i cristiani.

Angelo Lupi Risponde padre Athos  Turchi, docente di FilosofiaLa questione sollevata dal lettore è spinosissima. Sapere che cosa definisce esattamente la persona è un rebus millenario, ne sanno qualcosa i teologi di tutti i tempi. Intanto eliminiamo dal campo quanto riguarda la persona divina come attributo della Trinità, e le persone spirituali che gli angeli stessi sono, e limitiamoci agli uomini. S. Tommaso seguendo Boezio la definisce: rationalis naturae individua substantia (S.th. I,29,1,1ob): un individualissimo essere razionale (un uomo). E all’obiezione -appunto – che dice non darsi definizioni del singolare, S.Tommaso la giustifica come una definizione dello stato di singolarità… La difficoltà della questione, come si capisce, ci obbliga a considerazioni di fatto più che di principio.

Persona umana la indichiamo in un qualsiasi individuo umano, così non facciamo differenza nel dire: Pietro, o questo uomo o questa persona. Il problema sta nel capire che cosa vogliamo significare in Pietro coll’attributo di persona: posso dire Pietro è alto, e subito capisco che si riferisce alla quantità, Pietro è giusto a una sua qualità, e così via, ma quando affermo: Pietro è persona, che dico? Qui entra in ballo la definizione stessa dell’uomo che da sempre è detto: animale razionale. Ma anche qui, con animale razionale che s’intende?

Il concetto classico, al quale fa appello la Chiesa, intende un soggetto formato dall’anima e dal corpo in unione tra loro sostanziale. Tale sostanza è un qualcosa di stabile e assoluto al punto che la sua stessa vita o esistenza terrena, che ne deriva, è quasi «accidentale» rispetto al valore che l’uomo è nella sua qualità di sostanza-razionale conferitagli dall’anima. Ne è prova il pentimento: il buon ladrone in un minuto si è liberato di tutta la sua esistenza passata, presentandosi nuovo di fronte a Dio. Ora con persona la Chiesa vuol indicare quella dignità dell’essere umano che le conferisce la presenza dell’anima, imago Dei. E in forza dell’anima l’individuo umano ha valore assoluto, unico, irripetibile. Tutte cose, queste, che l’antichità fuori del Cristianesimo neppure aveva pensato.

La persona nell’uomo indica la sua soggettività, autodeterminazione all’esistenza, l’unicità del suo ruolo nel mondo e nella comunità umana, e da qui il suo diritto (si noti: diritto che nessuno gli dà, non viene a lui da fuori, ma è una sua peculiarità e una prerogativa del suo esser persona) alla vita, al pensare e al vivere secondo coscienza ecc. Tutte queste «qualità» strutturano l’individuo umano nella sua costituzione, sono attributi della sua essenza, e come tali lo seguono dal concepimento alla morte (e dopo). La persona dunque indica la dignità unica della natura umana che è in ogni individuo.Il concetto di uomo che è venuto a maturarsi nella filosofia moderna, al di fuori dell’influsso religioso, è di tutt’altro pensiero. L’uomo non è una sostanza, non è una natura stabile che come dice Sartre precede l’esistenza, ma al contrario è un epifenomeno dell’essere, è un evento del flusso della natura, una manifestazione dell’essere. Non c’è un Pietro (essere umano) che sceglie e vive la sua vita; ma Pietro è la conseguenza di una evoluzione di un ente che in ragione di dove vive, di cosa sceglie e di come si relaziona con gli altri mostra di essere un uomo, Pietro, appunto. Questa visione possiamo esemplificarla con parole scientifiche.

L’uomo come una cosa tra le altre è chiamato «homo» e fa parte dei primati, sarebbe come una razza delle scimmie. L’ homo sapiens è indicato quel primate che è propriamente uomo ma ancora non pienamente cosciente. L’homo sapiens sapiens è l’uomo in senso esatto del termine dove è presente la coscienza di esserlo. Bene! Quando nasce un bambino è «solo» un homo sapiens, infatti manca in lui la responsabilità, la coscienza, il per sé. Soltanto quando dimostra di avere coscienza e responsabilità esistenziale, che è capacità di piena autodeterminazione, allora diventa ed è considerato homo sapiens sapiens:  questa è la persona.

Per cui il concetto di persona – in certa cultura laica – è legato alla capacità dell’uomo di dimostrare la coscienza e la responsabilità del suo agire come uomo. Si capisce di conseguenza che nel concetto di persona non ci rientrano né i feti, né i bambini, né portatori di handicap, né i vecchi, né i malati né quanti dimostrano di non essere autosufficienti in toto, capaci di determinare da se stessi il senso della loro vita. L’uomo in questa linea è dunque identificato con la sua coscienza, con il «per sé» come lo chiama Sartre, e la coscienza non è una «natura» ma un’attività, un’operatività, che è sempre rivolta verso altro che non è essa stessa. La persona si identifica perciò con questa attività coscienziale, che se non c’è, non c’è persona.

Questi due modi d’intendere la persona, il primo come qualità dell’uomo, il secondo come l’attività che fa l’uomo, sono antitetici e dilaniano il nostro vivere sociale.

risponde il teologo
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