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Rubrica: Risponde il teologo

11 Settembre 2008

Il mio fidanzato non crede in Dio. Che fare?

di Archivio Notizie

Sono fidanzata con un ragazzo che non crede in Dio. È molto rispettoso della mia fede, nelle discussioni sulle grandi domande della vita è molto aperto, pur partendo da convinzioni diverse dalle mie. Per ora va tutto bene, ma a volte mi chiedo se la mia scelta sia giusta, oppure se questo potrebbe in futuro crearci problemi e divergenze. Penso che forse, visto che stiamo pensando al matrimonio, dovremmo affrontare con più profondità la questione. Oppure è meglio andare avanti pensando che la cosa, visto che non creato problemi sino ad ora, non ne creerà neanche in futuro? In fondo ho conosciuto coppie sposate dove uno dei due non è credente e l’altro sì, e sono molto unite e felici.

Valentina

Risponde don Alfredo Jacopozzi, docente di storia delle religioniQualche anno fa, il Cardinale Martini, ex arcivescovo di Milano, inaugurando una sessione della «Cattedra dei non credenti», in cui lui per primo si metteva in ascolto delle ragioni di chi non crede circa le grandi questioni della vita, ebbe a dire che questi termini «credente», «non credente» non distinguono determinate categorie di persone, ma è una distinzione che attraversa innanzi tutto le singole coscienze, perché in ognuno di noi abita contemporaneamente il credente e il non credente.

In me, credente, la fede per essere vera, autentica e non dottrina superficiale, può e deve lasciarsi interpellare dal dubbio, dalle domande poste dalla vita, dal pensiero tagliente che non ammette appigli di sorta.

Come del resto il non credente, se non vuole essere un fanatico di segno opposto, può e deve lasciarsi interpellare da qualche certezza, da una possibile risposta, da un pensiero che si affida a un mistero incomprensibile. Lasciarsi interpellare non significa accettare, ma essere consapevoli che il cuore umano, credente e non, è sempre e comunque aperto, in ricerca continua, desideroso di rendere il mondo più giusto di come lo abbiamo trovato.

Nei Vangeli, Gesù incontra spesso uomini e donne «lontani», «esclusi», la cui fede «grande» è misurata dall’ampiezza della loro ricerca, non dall’appartenenza ad una religione a alle sue pratiche.

Il Concilio Vaticano II ha dedicato un’attenta riflessione alla questione dell’ateismo, non più per condannare chi rifiuta la religione, quanto piuttosto per comprendere il fenomeno. E tra le cause dell’ateismo, chiama in causa i credenti stessi che «per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione fallace della dottrina, o anche per i difetti della propria vita religiosa, morale o sociale, si deve dire che piuttosto nascondono e non manifestano il genuino volto di Dio» (Gaudium et Spes, 19).

Una responsabilità non da poco nei confronti di chi non crede.   

Quando un credente e un non credente si incontrano e saldano la loro vita, anche dal punto di vista sentimentale, è possibile una relazione sincera e un amore maturo, purché entrambi dentro il grande magma della vita si confrontino insieme e ciascuno a loro modo viva, agisca, soffra e speri in modo veramente umano.

Lo stesso matrimonio si fonda sulla libertà, sulla fedeltà, indissolubilità e apertura alla vita; virtù che il credente invoca come doni di Dio che lo interpellano e il non credente come confronto costante con la propria coscienza, nella consapevolezza che – parafrasando San Giovanni della Croce – alla sera della vita ciò che conta è la qualità del nostro fragile amore.

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