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Rubrica: Risponde il teologo

11 Febbraio 2010

La benedizione degli animali

di Archivio Notizie

In molte chiese c’è l’abitudine, per Sant’Antonio abate, di benedire gli animali. Un’usanza che ha origine contadine: ricordo che una volta venivano benedetti agnelli, vitelli, cavalli e animali d’allevamento. Oggi vengono portati cani e gatti, criceti, persino il pesce rosso. Mi chiedo se ha ancora un senso questo rito, o se non sarebbe il caso di spiegarne meglio il senso: in un tempo in cui l’attenzione verso la natura e il creato sono molto importanti, potrebbe diventare un’occasione di educazione ambientale, che va ben al di là dell’affetto per l’animaletto da appartamento.

Lucia Russo Risponde padre Valerio Mauro, docente di teologia sacramentariaLa domanda che la lettrice si pone è molto pertinente. Mette in gioco quale sia la nostra comprensione del creato alla luce della fede, ma anche il senso della benedizione liturgica, che la Chiesa amministra in favore degli uomini e delle realtà create con le quali l’uomo condivide il cammino nella storia. La benedizione sugli animali, come giustamente nota la lettrice, affonda le proprie radici nel mondo contadino e come tale risale al medioevo. La testimonianza delle fonti liturgiche attesta fin dai secoli VIII e IX un vasto panorama di benedizioni che, sorte e sviluppatesi in ambiente monastico, si sono rapidamente diffuse presso tutte le classi sociali. Una classificazione efficace, anche se un po’ grossolana, le distingue in benedizioni sulle persone (vescovi, abati, penitenti o catecumeni, malati), sulle cose destinate al culto (dalle chiese agli altari, dalle suppellettili per la celebrazione eucaristica all’acqua o sale) e su quegli elementi che sono necessari per la vita dell’uomo (semine, primizie, animali, case, attrezzi di lavoro). Un liturgista ha voluto riunire in un volume le varie benedizioni che fanno parte della tradizione occidentale, raccogliendone complessivamente ben 2093. In questo vasto panorama, un altro liturgista distingueva in modo utile le benedizioni costitutive da quelle invocative. Le prime conferiscono alla persona o all’oggetto un carattere sacro, togliendole dall’uso comune o profano. Pensiamo alla benedizione di un calice per la celebrazione eucaristica o di un edificio destinato al culto come una cappella. Le seconde, invece, non cambiano i rapporti in gioco, ma chiedono un particolare bene spirituale o materiale. A Pasqua si benedicono le uova e l’agnello che sono sulla tavola per essere mangiati secondo la loro natura.

Nella fede della Chiesa l’efficacia spirituale delle benedizioni dipende dalla disposizione di chi la riceve e dalla preghiera della Chiesa stessa. Il nuovo Benedizionale del 1984 presenta le benedizioni «come azioni liturgiche che portano i fedeli a lodare Dio e li dispongono a conseguire l’effetto precipuo di sacramenti e a santificare le varie circostanze della vita» (Benedizionale. Premesse generali, n° 14). Bisogna sottolineare come in ogni caso la benedizione della Chiesa abbia sempre di mira l’uomo. Anche quando si benedicono le cose e i luoghi che si riferiscono all’attività umana, sempre però tiene «presenti gli uomini che usano quelle determinate cose e operano in quei determinati luoghi. L’uomo infatti, per il quale Dio ha voluto e ha fatto tutto ciò che vi è di buono, è il depositario della sua sapienza e con i riti di benedizione attesta di servirsi delle cose create, in modo che il loro uso lo porti a cercare Dio, ad amare Dio. A servie fedelmente Dio solo» (Benedizionale. Premesse generali, n° 12).

Aver sottolineato il significato proprio di ogni benedizione ci permette di ritornare alla questione che si era posta la lettrice in modo specifico. La benedizione degli animali, che la tradizione popolare aveva collegato con la festa liturgica del monaco Antonio, era sorta proprio in sintonia che questa prospettiva di fede. Bisogna dire che ancora oggi nelle campagne la tradizione antica è rimasta viva; la fede contadina continua a rivolgersi a Dio perché benedica e protegga quegli animali per mezzo dei quali l’uomo si procura il sostentamento necessario, nella fatica di ogni giorno. Nella nostra società cittadina e moderna sono profondamente mutati i parametri e i rapporti. E probabilmente resta sempre un sottofondo di fede nel desiderio di portare a benedire gli animali cosiddetti di compagnia. In questo caso, non dovremmo accontentarci della semplice benedizione, ma una catechesi sarebbe opportuna, proprio perché è mutato il contesto culturale nel quale la fede è chiamata a incarnarsi. La direzione indicata dalla lettrice potrebbe essere una buona strada da percorrere. In fondo, secondo il progetto di Dio, l’uomo è stato collocato nel mondo perché ne sia il custode e quasi il suo luogotenente: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2,15). In questo compito l’uomo si trova accanto compagni di strada che condividono con lui l’alito di vita, come lui sono esseri viventi, ai quali ha imposto un nome. Resta vero che solo nella creazione della donna l’uomo trova l’aiuto che gli corrisponde (cf Gn 2,18-24). È sull’umanità che scende la benedizione di Dio, sull’essere umano creato a immagine di Dio, creato maschio e femmina. Questa basilare gerarchia di valori non dovrebbe mai essere dimenticata.

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