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Rubrica: Risponde il teologo

8 Maggio 2012

Perché i cristiani sono divisi e non riuniti in un’unica Chiesa?

di Archivio Notizie

Perché il Cristianesimo, che si fonda sull’amore, sulla carità, sulla comprensione, sulla concordia, sul perdono, si presenta separato in diverse Chiese (Cattolici, Protestanti, Ortodossi…), non di rado in contrasto tra loro, e non accetta, trovandola, una comunione unitaria di fede e di intenti? Con l’attuale separazione non dimostra di soffocare, se non stracciare i principi essenziali del Vangelo, su cui dovrebbe fortemente poggiare? Non è questo un poco edificante esempio per tutti i fedeli cristiani, e non solo?

Gian Gabriele Benedetti

Risponde don Alfredo Jacopozzi, docente di Storia delle religioniNell’ambito ecumenico parlare della necessità dell’amore reciproco tra i cristiani rischia di far dimenticare il dramma pesante della storia in nome della retorica dei buoni sentimenti. Bisogna invece trovare modi concreti che esprimano il desiderio dell’unità. Come afferma il concilio Vaticano II, il dialogo ecumenico è in primo luogo opera dell’amore trinitario che «ha incominciato a effondere con maggiore abbondanza nei cristiani tra loro separarti l’interiore ravvedimento e il desiderio dell’unione» (Unitatis Redintegratio, Proemio). Ciò significa che il dialogo ecumenico, iniziato già prima del Vaticano II, ha concretamente messo in crisi l’impianto apologetico impiegato su larga scala nella visione cattolica che si rivolgeva al non cattolico (definito ugualmente «scismatico» od «eretico») come ad un soggetto inferiore, incapace e persino ostile alla chiesa cattolica. Ricercare la carità autentica ha significato concretamente elaborare nuove prospettive teologiche per la comprensione reciproca, dopo secoli di incomprensione totale.

La prima grande novità del concilio è stata affermare che luogo privilegiato del dialogo tra i cristiani è Cristo, e non, come ritenuto per secoli, la chiesa (cattolica). Il principio istituzionale lascia il posto al principio vitale, in conformità al quale il dialogo interno al cristianesimo si attualizza in Cristo stesso, principio dell’identità cristiana. Nessuna quindi delle chiese e delle comunità cristiane può sentirsi privilegiata nei confronti del Cristo, ritenere di occupare il posto migliore al suo fianco e di essere l’unica autentica chiesa di Cristo sulla terra. Se il luogo del dialogo fraterno è Cristo, ognuno dei fedeli cristiani è dunque chiamato ad uscire dai limiti della propria identità ecclesiale e ad iniziare il pellegrinaggio verso Cristo, per scoprire in lui la sua autentica identità cristiana.

Conseguenza di questa novità è che la relazione che intercorre tra unità e verità non può essere trovata nel consenso dottrinale, che è un consenso astratto di fronte alla verità della rivelazione. Il comune accordo dei cristiani finora divisi deve realizzarsi nella persona di Gesù Cristo, che non è un sistema astratto di concetti, ma una persona viva, che ama e che per amore ha donato se stesso per la redenzione di ogni uomo. Questo tipo di relazione verso Cristo ha introdotto una svolta molto importante nei rapporti tra i cristiani: il passaggio dal diritto della verità, il cui desiderio è di essere unica, al diritto dell’uomo, chiamato in vita al pellegrinaggio verso l’unità della verità, a prescindere dalla chiesa di appartenenza. Questo radicale passaggio dal piano metafisico a quello storico, al piano della storia della salvezza, è il grande «salto» che avrebbe dovuto fare l’ecumenismo nella vita delle chiese per essere il «termostato» che indica la presenza dello Spirito in atto nella storia. Purtroppo negli ultimi venti anni l’ecumenismo è diventato il «termometro» che indica i sintomi di nuove distanze tra le chiese cristiane. Ma come ha scritto Giovanni Paolo II nella enciclica Ut unum sint, l’ecumenismo è la strada di ogni cristiano, a prescindere dai tempi e dai luoghi o dalle diverse condizioni storiche, sociali o economiche. Non si torna indietro.

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