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Rubrica: Risponde il teologo

12 Dicembre 2013

Perché i preti non portano più la talare?

Il 5 ottobre scorso è stato beatificato Rolando Maria Rivi che da seminarista difese la «talare» con fede irrinunciabile: sopportò le torture e si fece uccidere dai partigiani comunisti, nel 1945, piuttosto che abbandonare la sua veste nascondendosi in abiti civili… è beato! Se la «talare» è il segno dell’appartenenza a Dio, perché la maggior parte dei preti non la porta più? Molti di essi non portano neppure altri «segni»: come fa la gente che cerca un contatto con Dio a riconoscere il prete?

Gino Galastri

Credo che la domanda del lettore nasca dal desiderio della fede di un battezzato di poter riconoscere le persone che si sono impegnate nel ministero per prendersi cura della stessa fede dei fratelli. L’atmosfera culturale della nostra società, descritta come secolarizzata e «postmoderna», tenderebbe a influenzare il comportamento dei ministri della chiesa, favorendo in essi l’abbandona della veste clericale. In questo senso troviamo delle indicazioni precise in un documento della Congregazione per il Clero, il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, del 31 gennaio 1994, che ci permettiamo di citare, facendo seguire un breve commento.

Al n. 66 si precisa che: «In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove anche i segni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a scomparire, è particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità, anche per l’abito che porta, come segno inequivocabile della sua dedizione e della sua identità di detentore di un ministero pubblico. Il presbitero deve essere riconoscibile anzitutto per il suo comportamento, ma anche per il suo vestire in modo da rendere immediatamente percepibile ad ogni fedele, anzi ad ogni uomo, la sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa. Per questa ragione, il chierico deve portare “un abito ecclesiastico decoroso, secondo le norme emanate dalla Conferenza episcopale e secondo le legittime consuetudini locali”. Ciò significa che tale abito, quando non è quello talare, deve essere diverso dalla maniera di vestire dei laici, e conforme alla dignità e sacralità del ministero. La foggia e il colore devono essere stabiliti dalla Conferenza dei Vescovi, sempre in armonia con le disposizioni del diritto universale».

Il testo afferma il valore dell’abito clericale per i chierici, ma una Nota esplicativa del Pontificio Consiglio per i testi legislativi (22 ottobre 1994) ricorda l’esclusione dall’obbligo i diaconi permanenti. Il rinvio alle precisazioni compito delle varie Conferenze Episcopali era già stato accolto dalla Conferenza Episcopale Italiana che aveva prescritto come in Italia «salvo le prescrizioni per le celebrazioni liturgiche, il clero in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman» (delibera CEI n° 12 del 23 dicembre 1983). L’abito clericale, dunque, nell’uso pubblico in Italia non è solo la talare ma anche il clergyman. Con questa disposizione si cerca di coniugare il senso di decoro e semplicità con la distinzione dalla maniera di vestire dei laici. Possiamo ricordare come la distinzione dell’abito ecclesiastico cominciò a diffondersi piano piano dal V secolo, attraverso varie mutazioni.

Le motivazioni portate dal documento della Congregazione sono da una parte il valore pubblico del ministero presbiterale e dall’altra il segno di appartenenza e dedizione a Dio e alla Chiesa che il prete deve indicare nel suo apparire in pubblico. Ma non è da sottovalutare la precisazione iniziale che mostra nel comportamento del prete la prima e ineludibile manifestazione del ministero in favore del popolo. Nel grande valore dei segni sta la loro stessa fragilità: hanno bisogno di essere sostenuti dalla vita reale per non cadere in contraddizione e suscitare scandalo alla fede degli uomini.

Credo che nel contesto culturale della nuova evangelizzazione il valore distintivo dell’abito ecclesiastico debba essere coniugato con la sua semplicità e povertà. Per la mia tradizione spirituale non posso non ricordare come san Francesco d’Assisi desiderasse che i vasi per la celebrazione liturgica fossero puliti e preziosi, ma l’abito dei suoi frati fosse povero e semplice. Dalla semplicità e povertà di un prete, in tutti i suoi aspetti, nasce quella particolare bellezza evangelica che mostra più di ogni altra cosa la sua dedizione a Cristo e al suo Vangelo.

Valerio Mauro

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