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Rubrica: Risponde il teologo

10 Marzo 2010

Quali sono i criteri per scegliere i canti da usare durante la liturgia?

di Archivio Notizie

Premetto che non ho niente contro la musica «moderna», e pur apprezzando il gregoriano e la polifonia riconosco che forse non sarebbe giusto che la Messa domenicale nelle parrocchie fosse animata con questo tipo di canti. Spesso però mi capita di sentire, in alcune chiese, cori di giovani che cantano canti nuovi, che solo loro conoscono, senza minimamente coinvolgere il resto dei fedeli che partecipano alla celebrazione. Capisco che non si può sempre andare avanti con i canti di cinquant’anni fa, e che è giusto rinnovare: ma non si potrebbe farlo gradualmente, aspettando che la gente abbia imparato i nuovi canti?

Massimo Ferretti

Risponde don Roberto Gulino, docente di LiturgiaLa domanda del nostro amico lettore ci permette di richiamare l’importanza del canto all’interno della liturgia: come recita un antico detto: «Chi canta, prega due volte» o per usare una frase di S. Agostino: «Il cantare è proprio di chi ama». Espressione concreta della gioia del cuore, il canto permette di unire le voci favorendo l’unione di tutti i fedeli in un’unica assemblea e aiutando la comunità cristiana ad assumere un cuor solo ed un’anima sola nella preghiera.

«Nella celebrazione della Messa si dia quindi grande importanza al canto, ponendo attenzione alla diversità culturale delle popolazioni e alle possibilità di ciascun assemblea liturgica» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 40). L’invito del Magistero è quindi di valorizzare il cantare durante le nostre celebrazioni eucaristiche rispettando ogni singola situazione per viverla al meglio delle sue possibilità: al di là delle differenze culturali – che già variano molto da paese in paese! – non si può pretendere lo stesso tipo di canti da una celebrazione in cui è presente un’abile Schola Cantorum da un’assemblea ridotta nel numero e nelle qualità canore dei partecipanti. Ecco perché accanto al canto gregoriano, ritenuto la forma propria della liturgia romana, non sono affatto da escludere gli altri generi di musica sacra «purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica e favoriscano la partecipazione di tutti i fedeli» (Ogmr 41). In queste due indicazioni possiamo sintetizzare il nocciolo del problema sulla musica utilizzata nelle nostre celebrazioni.

Si richiede infatti che «rispondano allo spirito dell’azione liturgica»: ogni intervento cantato è un elemento integrante ed autentico della celebrazione in corso e quindi deve rispettare il rito di cui entra a far parte (un esempio concreto: l’acclamazione del Santo nella preghiera eucaristica ha lo scopo di proclamare tre volte Santo il Signore, secondo la modalità ebraica di ripetere tre volte un aggettivo per rivelarne il superlativo assoluto = la totale e perfetta santità di Dio; se un canto del Santo non prevedesse il ripetere tale acclamazione per tre volte, avrebbe fallito e snaturato il ruolo di Santo cantato!).

L’altra indicazione chiede di «favorire la partecipazione di tutti i fedeli»: se uno dei limiti alla scelta del canto gregoriano è la difficoltà nella comprensione del latino, vista la carenza di «conoscenze classiche», si incorre nello stesso problema quando si adotta un canto più moderno, in italiano, ma non si dà la possibilità di impararlo e di cantarlo a tutta l’assemblea. E’ facile intuire la risposta, quasi scontata, alla domanda del nostro amico lettore: certo che nell’introduzione di un canto nuovo occorre adottare gradualità affinché tutti possano conoscere e far proprio il nuovo testo e la nuova melodia; e tale attenzione è necessaria proprio per rispettare la partecipazione alla celebrazione liturgica, più volte richiesta nei documenti del Magistero (che non esclude la possibilità di far eseguire un canto unicamente dalla Schola Cantorum, ma di sicuro non tutti i canti, né la maggior parte di essi).

Un’ottima sintesi di quanto detto finora viene riportata ai numeri 5-7 della Premessa al nuovo Repertorio Nazionale di Canti per la Liturgia, presentato recentemente dalla Cei. Nel presentare la raccolta di canti, che «non intende soppiantare i canti già in uso e neppure impedire che vengano prodotti e messi in circolazione nuovi canti nel rispetto delle norme liturgiche»,  si afferma che «il criterio prioritario che ha guidato la selezione è quello della pertinenza rituale…. Alla luce di tale criterio diventano comprensibili e necessari gli altri criteri… la verità dei contenuti…, la qualità dell’espressione linguistica e della composizione musicale, la contabilità effettiva per un’assemblea media e la probabilità che essa possa assumere questi canti riconoscendoli parte integrante, o integrabile, della propria cultura». Sono degli ottimi criteri che dovremmo seguire anche noi nella scelta dei canti per le nostre celebrazioni.

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