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Rubrica: Risponde il teologo

9 Giugno 2019

Quando è stato istituito l’obbligo del celibato per i sacerdoti?

di Redazione Toscana Oggi

Quando è stato istituito l’obbligo del celibato per i preti? È vero che in antichità anche una persona già sposata poteva diventare sacerdote?

Lettera firmata

La duplice domanda del lettore invita a fare luce su una questione che ogni tanto ritorna oggetto di del nostro conversare, più o meno animato.

Il Nuovo Testamento presenta una situazione chiara per i chiamati a esercitare un ministero nella giovane chiesa. Dato il contesto culturale dell’epoca, è presumibile che gli apostoli fossero sposati. Certamente lo fu Pietro, del quale si ricorda la suocera. Secondo la tradizione, l’unico apostolo non sposato sarebbe stato Giovanni.

Le lettere pastorali offrono una testimonianza più limpida. A Timoteo si raccomanda che gli episcopi siano «irreprensibili, mariti di una sola donna, sappiano guidare bene la propria famiglia e abbiano figli sottomessi e rispettosi, perché se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?» (1Tim 3,2-5). La medesima indicazione si ha per i diaconi, che «siano mariti di una sola donna e capaci di guidare bene i figli e le proprie famiglie» (1Tim 3,12). A Tito è rivolta una raccomandazione simile: ogni presbitero, che lui dovrà stabilire nelle varie città dell’isola di Creta, «sia irreprensibile, marito di una sola donna e abbia figli credenti, non accusabili di vita dissoluta o indisciplinati» (cf Tt 1,5-6).

Anche se in questo tempo dell’era apostolica non è stata ancora chiarita la distinzione fra le varie figure nominate, i termini episcopi e diaconi, corrispondono certamente figure di ministeri ordinati. Per la loro scelta, dunque, non solo il matrimonio non è un impedimento, ma deve essere valutata la loro capacità di guidare la propria famiglia. L’indicazione di essere sposati con una sola moglie dipende dalla prospettiva condivisa nelle prime generazioni cristiane dell’unico matrimonio durante la vita terrena.

Nei secoli seguenti, l’influsso culturale dell’epoca favorì l’inserimento di una visione sacrale, che richiedeva la continenza per coloro che avevano la presidenza del culto, soprattutto dell’eucaristia. Questa idea di «purità rituale» era molto diffusa, anche al di fuori della tradizione giudaica. Pertanto, pur ordinando soprattutto uomini sposati, si cominciò a chiedere loro una continenza sempre più ampia ed estesa, e non solo nei giorni in cui avrebbero celebrato l’eucaristia. Le prime testimonianze in tal senso sembrano essere attestate dal concilio di Elvira (Spagna, inizi del IV secolo), che al canone 33 prescrive l’astensione dai rapporti coniugali per il clero sposato.

Una testimonianza più chiara l’abbiamo nella lettera del 385 di papa Siricio al vescovo di Tarragona. Il papa chiede che l’ordinazione a qualunque ministero, episcopale, presbiterale o diaconale, sia riservata a uomini sposati una volta sola. Al tempo stesso si proibisce che generino figli, perché sono tenuti a osservare la purità rituale: se sacerdoti e leviti d’Israele dovevano osservarla durante il loro servizio al tempio, i ministri della chiesa sono chiamati ad un servizio senza interruzione.

Il processo continua sotto la medesima prospettiva, attraverso vari interventi magisteriali, trovando una divaricazione fra le tradizioni orientale ed occidentale. L’Oriente cristiano continua l’ordinazione di uomini sposati, chiedendo loro di astenersi dai rapporti coniugali in prossimità della celebrazione dei santi misteri. Il celibato diventa riservato alla figura del vescovo, che nella sua persona, dedita come pastore ad una precisa chiesa locale, rappresenta simbolicamente il Cristo sposo della sua Chiesa.

In Occidente il processo matura diversamente, segnato dalla considerazione negativa dei rapporti sessuali, anche se vissuti all’interno della relazione coniugale. Papa Leone magno, raccomandando a vescovi e presbiteri di trasformare la loro vita da carnale in spirituale, chiede di non allontanare le proprie mogli, ma di vivere con esse come se non fossero le loro spose. Lo stato di ministri sposati continuò ad essere diffuso nell’alto medio evo, insieme a quello del concubinato, accettato più facilmente perché non poneva problemi di eredità alla morte del ministro. Le necessarie riforme portate avanti all’inizio del secondo millennio spinsero decisamente verso una condizione celibataria del clero latino.

Dalla riforma di Gregorio VII al pontificato di Innocenzo III si sviluppa una continua e progressiva riaffermazione della necessità celibataria per il clero. La contrapposizione con la visione protestante porterà un’ulteriore radicalizzazione della norma cattolica latina. Questa è la storia, ricca di tensioni diverse, di valutazioni che mutano, di possibili aperture al futuro.

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