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Rubrica: Risponde il teologo

7 Gennaio 2009

Se la società rimuove il pensiero della morte

di Archivio Notizie

La nostra società martellata in continuazione da miriadi di messaggi inneggianti alla «consumazione» della vita e all’attivismo più sfrenato, ha perso la capacità di riflettere sul senso della morte. Nei più giovani è percepita come un’irreale realtà virtuale da video game, negli adulti, come una remota possibilità a cui è meglio non pensare. La rimozione collettiva dell’idea della morte, coincide con il grado di «faciloneria» mediante la quale i «goderecci» intendono la vita. Chi ignora la morte guarda alle «occasioni» della vita, come a ghiotti pasti da ingurgitare avidamente. Tutto si è ridotto ad un misero fascio di epidermiche sensazioni da provare, consumare e bruciare. Con l’orizzonte chiuso alle realtà ultraterrene, gli esseri umani hanno compensato il loro vuoto esistenziale trovando rifugio nella ricchezza, nel potere, nella droga, nell’alcol e nelle trasgressioni sessuali. Visto il livello di aberrazione a cui è giunta l’odierna società, non sarà il caso di dire che l’ateismo è una tossina che distrugge la ragione?

Gianni Toffali

Risponde padre Saverio Cannistrà, docente di Teologia FondamentaleQuando leggo considerazioni sulla nequizia dei nostri tempi simili a quelle espresse dal nostro lettore, mi vengono sempre in mente le parole di un discorso di S. Agostino (Discorsi 346/C): «Non si può dire che gli uomini abbiano oggi da sopportare mali insoliti che non abbiano già sopportato i nostri padri; ci si può anzi chiedere quando i mali che ci colpiscono oggi raggiungano la misura di quelli che sappiamo sopportati dai padri. Eppure si trovano molti che si lamentano del proprio tempo giudicando migliore quello dei nostri padri; ma se si potesse farli tornare a quel passato, anche di quello si lamenterebbero: in realtà uno giudica felice proprio il tempo passato perché, in quanto passato, non è ormai più suo […] Furono tempi tremendi di carestie e di guerre, ai quali evitiamo di pensare e il cui racconto ci riempie di orrore; ma dovremmo trarne piuttosto motivo per rallegrarci del tempo in cui noi viviamo, del quale siamo invece sempre pronti a lamentarci».

La fede nel Signore Gesù morto e risorto per la nostra salvezza dovrebbe metterci al riparo dalla superficialità di tali giudizi, che suonano non meno ideologici delle ideologie che vorrebbero combattere. Per il sig. Toffali la rimozione collettiva del pensiero della morte e il connesso oblio delle «realtà ultraterrene» sarebbero all’origine dell’attuale degenerazione morale, le cui devastanti manifestazioni lo portano a concludere che «l’ateismo è una tossina che distrugge la ragione». Sorprende in questo argomentare l’assenza di ogni riferimento alla specificità della fede cristiana, al vangelo e alla visione dell’uomo e della storia che da esso scaturisce. Se c ‘è una cosa di cui il cristiano non può né stupirsi, né scandalizzarsi è il peccato e la debolezza dell’uomo, costante che accomuna tutti i tempi e tutti i luoghi. Ma al tempo stesso il cristiano non può non gioire del dono della salvezza gratuitamente accordata da Dio agli uomini e riconoscerla presente in ogni tempo e in ogni luogo, in forme sempre nuove.

Detto questo, non c’è dubbio che il «mondo» tenda, oggi come ieri, a banalizzare la serietà del vivere, anche rifuggendo dal pensiero della morte. Ma come un cristiano pensa alla morte? Il Concilio Vaticano II ha dedicato un paragrafo della costituzione Gaudium et Spes (n° 18) al «mistero della morte», sottolineando l’originaria vocazione dell’uomo alla comunione con la vita divina e la liberazione dalla morte realizzata dal Risorto. Pertanto, non è il pensiero della morte a collocarsi al centro dell’annuncio cristiano, ma piuttosto la fede nella vita divina, vittoriosa sul peccato e sulla morte.

Nei numeri immediatamente successivi della stessa costituzione (19-21) il Concilio affronta anche il problema dell’ateismo e definisce l’atteggiamento della chiesa nei suoi confronti, non solo come ferma riprovazione (nella linea del magistero precedente), ma anche come sforzo «di scoprire le ragioni della negazione di Dio che si nascondono nella mente degli atei»; la chiesa infatti «consapevole della gravità delle questioni suscitate dall’ateismo e mossa da carità verso tutti gli uomini, ritiene che esse debbano meritare un esame più serio e più profondo». Di questo esame c’è particolarmente bisogno nel nostro tempo, in cui il collasso delle tradizionali forme di ateismo teorico hanno lasciato il posto a un più insidioso ateismo pratico.

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