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Rubrica: Risponde il teologo

1 Ottobre 2008

Vocazioni: non dimentichiamo gli istituti secolari

di Archivio Notizie

Leggendo su Toscanaoggi l’articolo dell’esperto teologo che risponde alla domanda sulla vocazione, ho notato come venga data una risposta che dovrebbe riguardare ogni vocazione di speciale consacrazione, ma che di fatto  fa riferimento esclusivamente alla vita religiosa.

Come membro di un istituto secolare, mi preme evidenziare che nonostante la recente celebrazione di due importanti anniversari del riconoscimento da parte della Chiesa della possibilità di una piena consacrazione rimanendo nel mondo – il 60° della Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia nel 2007, e quest’anno il 60° del Motu proprio Primo Feliciter di Pio XII  – questa possibilità sia stata totalmente ignorata nella risposta fornita ai lettori. Accanto agli istituti secolari esiste anche l’Ordo virginum, come consacrazione nel mondo, non in un istituto e con la condivisione di una particolare spiritualità, ma in forma individuale, in cui pure mancano tutti quegli elementi individuati dall’esperto come essenziali di ogni vocazione: separazione dal mondo e vita comunitaria.

L’ignoranza circa l’esistenza di forme di consacrazione diverse dalla propria, quando ci si occupa di vocazioni, impedisce un corretto aiuto nell’orientamento delle persone secondo le proprie attitudini e carismi.

Membro di un istituto secolare

Risponde Padre Saverio Cannistrà, docente di Teologia SistematicaEro consapevole, nel momento in cui scrivevo le poche righe sulla vocazione, che esse avrebbero suscitato molte critiche, poiché non erano «politicamente corrette»,  e così è stato. Le obiezioni che mi sono state espresse in privato da amici e amiche, hanno avuto per oggetto in genere la sottolineatura della specificità della vita religiosa rispetto alla vita laicale, e più ampiamente il riferimento agli «stati di vita».

Per me è stato interessante notare che tali obiezioni spesso si escludono a vicenda: da un lato, si dice che non è vero che il battesimo non cambia la vita di ogni cristiano anche esternamente (per cui tutti sarebbero in qualche modo «monaci»), dall’altro si dice che non è bene che un cristiano cambi stato di vita (come fanno i religiosi) perché uscire dal mondo è uscire dalla storia della salvezza, e Gesù stesso non lo ha fatto; del resto, si dice, i religiosi di nostra conoscenza sono bene inseriti nel mondo e si comportano in maniera perfettamente mondana (e a questo punto non so più se ciò sia da considerare un bene o un male).

Di tutt’altro tono è, invece, l’obezione della lettrice che è stata pubblicata. Devo innanzitutto precisare che non era mia intenzione presentare, nella breve risposta che ho dato alla domanda sulla vocazione, un panorama completo di tutte le possibili forme di vita consacrata. Ciò che mi premeva sottolineare è l’effettivo «salto» che la vocazione (in senso stretto) comporta rispetto alla vita laicale. Attenuarlo o addirittura negarlo è fonte di confusione, e questo davvero non aiuta nel discernimento. Chi si interroga sulla scelta di vita consacrata (in un istituto religioso o secolare che sia) deve sapere che essa è strutturalmente diversa dalla vita laicale, innanzitutto perché comporta la scelta della verginità. Per questo scrivevo che la vocazione mette in cammino innanzitutto «verso il deserto, cioè verso una solitudine celibataria e verginale, abitata solo da Gesù Cristo». Aggiungevo che «successivamente e generalmente» ci si mette in cammino anche verso una comunità di persone che hanno la medesima vocazione. L’avverbio «generalmente» (che evidentemente è sfuggito alla lettrice) non era usato a caso, ma sottintendeva la possibilità di forme di consacrazione che non prevedono la vita comune.

Quanto al distacco dal mondo, tutto dipende da come lo si intende. In un certo senso, infatti, esso appartiene alla vita cristiana come tale. In un senso più specifico, cioè come caratteristica della vita religiosa, esso ha subìto oggi una revisione radicale, con l’eccezione forse solo di alcune forme di vita monastica.

I segni tradizionali della separazione dal mondo, come la clausura, l’abito, il silenzio, la mortificazione, l’uso assai parco dei mezzi di informazione, insomma lo stile di vita e il linguaggio caratteristici del religioso e della religiosa, oggi sono abbondantemente secolarizzati. Pertanto, non è a questi segni che pensavo, quando parlavo di distacco dal mondo, ma a qualcosa di più profondo e radicale, che rimane come elemento determinante della scelta di vita religiosa e probabilmente è condiviso anche dagli istituti secolari in quanto forme di vita consacrata. Ma su tutto ciò mi parrebbe utile aprire un dibattito più ampio, utile a un chiarimento di idee.

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