Toscana
Sud-est asiatico, un’ecatombe
È già oltre 80 mila il bilancio ufficiale delle vittime uccise dal terremoto con epicentro tra le isole Andamane e il nord di Sumatra e dal successivo maremoto che hanno colpito l’intero sud-est asiatico lo scorso 26 dicembre. Il Paese che, al momento, secondo le stime provvisorie ha pagato il prezzo più alto è l’Indonesia, dove al momento sarebbero stati ritrovati i corpi di circa 36.300 persone.
Destano preoccupazione però le dichiarazioni rilasciate all’agenzia Reuters’ dal capo dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti umanitari per l’Indonesia, Michael Elmquist, secondo cui nella sola provincia indonesiana di Aceh le persone decedute a causa del doppio cataclisma potrebbero essere 50-80.000, di cui 40.000 nella sola città di Meulaboh. Si tratta di dati al momento non confermabili, visto l’isolamento di molte località e le difficoltà delle attività di recupero dei resti delle vittime.
Anche la missione di Medici senza frontiere (Msf) è giunta intanto ad Aceh e nelle prossime ore dovrebbe ispezionare con un elicottero dall’alto la striscia di terra di 400 chilometri circa che va da Medan a Banda Aceh, nel settore nord-orientale di Sumatra. Fonti internazionali confermano intanto alla MISNA che la situazione ad Aceh è drammatica e che il numero delle vittime potrebbe essere molto alto, sebbene nessuno al momento se la senta di confermare le ipotesi avanzate dall’Onu. Alla ridda di voci sull’entità del bilancio delle vittime del disastro si è aggiunta intanto la Croce rossa internazionale, sostenendo che in tutto il sud-est asiatico le vittime potrebbero essere 100.000.
La Smolders, incaricata della comunicazione per Cordaid, spiega che uno degli aspetti più drammatici è il riconoscimento delle salme: Abbiamo visto un padre che cercava disperatamente il proprio figlio, qui vicino al campo profughi allestito in città. Ma è quasi impossibile ritrovare un proprio famigliare. Lo tsunami, aggiunge la responsabile olandese, ha colpito la gente locale, che ora si trova ad affrontare un’emergenza enorme. Per questo la Caritas Internationalis lancerà un appello per coordinare gli aiuti, in collaborazione con i partner locali e scegliendo con loro le priorità degli interventi di assistenza.
Batticaloa, come altre zone del nord-est dell’ex-Ceylon, è stata teatro delle ventennale insurrezione dei guerriglieri Tamil, che rivendicano maggiore autonomia per i loro territori. L’economia di queste zone, già danneggiata in modo grave e prolungato per il conflitto tra governo e i ribelli delle Tigri per la liberazione della patria tamil’ (Ltte), si stavano lentamente avviando alla ripresa, prima del disastro del 26 dicembre.
Giunto sul posto per aiutare i superstiti, padre Thota, indiano, 35 anni, sottolinea che in pratica tutti gli abitanti del villaggio hanno perso le abitazioni e ogni avere. Qui non ci sono turisti, questo è un villaggio al 90% di pescatori, gente povera e dignitosa la cui sopravvivenza dipende dal pesce catturato ogni giorno e che oggi si ritrova con niente. Molti pescatori sono stati probabilmente travolti dalle onde mentre erano in mare, le loro capanne sono state facilmente spazzate via e adesso, per terra, non resta che qualche vestito e poche seggiole. Il sacerdote dice che, nel villaggio, i morti potrebbero essere tra i 200 e i 300, ma ancora non esistono stime ufficiali, mentre i dispersi sono intorno ai 400.
Di fatto prosegue il numero delle vittime non è stato particolarmente elevato rispetto alla densità della popolazione perché, appena vista l’onda, la gente si è data alla fuga con quanta più velocità poteva; anche per questo motivo i feriti non sono gravi. Adesso, però, tutti gli abitanti del villaggio sono sfollati: alcuni sono stati ospitati in via temporanea nella cattedrale San Tommaso di Madras, altri in una diversa chiesa, altri ancora presso una scuola cattolica o in templi induisti.
La gente è ancora sotto shock prosegue il religioso perché teme nuove scosse e il ripetersi dell’incubo. Un altro incubo è quello del possibile dilagare delle epidemie; oltre ai generi alimentari, padre Thota, insieme con vari soccorritori, sta distribuendo medicinali e vaccini, soprattutto per contrastare malaria e tifo. Per paura della diffusione di malattie, le autorità locali stanno bruciando molti cadaveri, ma, secondo l’esponente del Pime, questo contribuisce a non fare chiarezza sul numero ufficiale delle vittime. Per il momento i bilanci governativi parlano di quasi 12.500 morti in tutta l’India, ma, secondo padre Thota e diversi altri operatori umanitari, la cifra potrebbe raggiungere i 20.000.
Sud-est asiatico, scene da apocalisse. Le testimonianze