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Rubrica: Risponde il teologo

22 Aprile 2008

Perché non estendere il diaconato alle donne?

di Archivio Notizie

Ho letto su Toscanaoggi un articolo sull’ordinazione di nuovi diaconi, e vorrei avere dei chiarimenti. Nel testo si precisa che la figura del diacono è stata ripristinata in tempi recenti (Concilio Vaticano II) e io mi chiedo: perché non è stata aperta anche alle donne la possibilità di diventarlo? Posso ben capire che nella Chiesa primitiva questo fosse impensabile, ma al giorno d’oggi, con il riconoscimento della pari dignità fra uomo e donna, questa discriminazione appare un tantino anacronistica. Questa richiesta di spiegazioni viene avanzata non con finalità polemica, ma soltanto nella speranza che riusciate a spiegarmi un aspetto che trovo veramente poco chiaro.

Francesca Perodi Ginanni

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia SacramentariaLa domanda della lettrice tocca uno dei punti che attualmente suscitano un maggiore dibattito nella chiesa, dibattito a volte palese, a volte sommerso. Cercherò di presentare i punti della questione, perché possa essere inquadrata nelle sue linee essenziali. Il Nuovo Testamento mostra all’interno delle chiese apostoliche una pluriformità di ministeri, carismi e servizi perché possano vivere in pienezza la loro fede. Non possiamo determinare con sicurezza quale fosse la caratteristica di queste figure. Anche se ritornano nomi conosciuti, come quelli di presbiteri, episcopi e diaconi, la loro figura non era identica a quella di oggi. Dalla fine del I secolo, comincia a diffondersi in modo universale una triade precisa, della quale abbiamo notizia dalle lettere di Ignazio di Antiochia, vescovo e martire. Questa triade presenta la comunità ecclesiale guidata da un vescovo, circondato dal suo presbiterio e dai diaconi. È proprio la figura che abbiamo ancora oggi. Ha attraversato i secoli, ricevendo determinazioni diverse lungo la storia, mantenendo però la sua struttura precisa. Queste tre figure costituiscono quello che oggi è chiamato il ministero ordinato. Nella tradizione cattolica si tratta di un unico sacramento, che viene ricevuto «per gradi».

Di fronte a pressioni da parte di teologi e movimenti vari all’interno della chiesa, il Magistero è intervenuto più volte per dichiarare come la fede della chiesa, nella sua tradizione di origine apostolica, riserva il ministero ai battezzati di sesso maschile. In questa decisione la Chiesa ritiene di osservare una precisa volontà di Cristo, dalla quale non si può allontanare. Né vi sono altri motivi per sostenere questa prassi. Il documento più forte e più recente in questa direzione è stato l’Ordinatio sacerdotalis (1994) di Giovanni Paolo II.

Per la figura del diacono, che, secondo una tradizione antichissima, viene ordinato «non al sacerdozio, ma al ministero», un certo numero di teologi ritiene che si potrebbe estendere l’ordinazione anche alle donne, perché la sua figura non sarebbe coinvolta dai pronunciamenti del Magistero. Abbiamo alcune testimonianze della storia sulla presenza di diaconesse, sia nella chiesa occidentale che orientale. Le testimonianze fanno riferimento anche a riti liturgici di ordinazione. Il punto cruciale è quello di comprendere che tipo di figure ministeriali fossero, quali erano i ruoli che svolgevano all’interno della comunità e delle sue celebrazioni. In una visione molto compatta del ministero ordinato, la figura diaconale entra pienamente in questa realtà, come è stata donata da Cristo alla sua Chiesa. Attualmente è questa la posizione del Magistero, che legge il diaconato come il primo grado del ministero. Sul diaconato, quindi, ricade la riserva agli uomini come per gli altri due gradi del sacramento.

A mio parere, spostando il discorso, sarebbe più opportuno ripensare con più ampio respiro la presenza ministeriale della donna nella chiesa. Un solo esempio. Paolo VI ha ristrutturato la figura del ministero ordinato, abolendo gli antichi ordini minori, passi successivi attraverso i quali i chierici si avvicinavano al diaconato. Ne ha lasciati due, lettorato e accolitato, trasformandoli in ministeri laicali istituiti (Ministeria quaedam, 1972). Come tali potrebbero e dovrebbero essere conferiti ad ogni battezzato. Paolo VI, però, preferì rimanere ancorato alla tradizione e li riservò agli uomini. Si tratta, dunque, non di una ragione teologica, ma di consuetudine. La ragione teologica è stata trasformata proprio con la chiarificazione che lettorato e accolitato sono ministeri istituiti e come tali, in se stessi, aperti ad ogni battezzato, che ne sia giudicato degno da parte del suo vescovo. Si potrebbero portare altri esempi, che spingono, credo, nella stessa direzione, la sempre più piena partecipazione del popolo di Dio alla vita della comunità ecclesiale: la chiesa potrebbe istituire nuovi ministeri, ispirandosi alla varietà dei carismi delle chiese apostoliche. Di fatto, questi compiti esistono già, come la ricerca e l’insegnamento teologici, essere catechista o guida di particolari gruppi o comunità, opere di formazione o assistenza. Procedere in questa direzione, per quanto sia faticoso e delicato, non è altro che la ricerca della volontà di Cristo da realizzare ai nostri tempi.

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